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Counting Crows - Saturday nights and Sunday mornings

Recensioni

COUNTING CROWES

SATURDAY NIGHTS AND SUNDAY MORNIGS




A 6 anni di distanza dall’ultimo album ‘Hard candy’ (se si esclude il Live in Amsterdam del 2006) i Counting Crows tornano con un album contenente 14 canzoni inedite.L’album, come intuibile dal titolo, si divide nettamente in due sezioni: la prima (ossia le Saturday nights) raggruppa 6 canzoni dal tono elettrico, fortemente rock, proprio a simboleggiare la sfrenatezza e gli sballi dei sabato sera, mentre la seconda (ossia le Sunday mornings) comprende 8 brani più delicati, soft ed intimi a simboleggiare la quiete delle domeniche mattina.Questo dualismo di fondo si evince anche dalla scelta dei produttori: la prima parte del disco è affidata a Gil Norton, già con il gruppo in ‘Recovering the satellites’, mentre la seconda è nelle mani di Brian Deck, che suona anche in una canzone.Il disco parte subito arrabbiato con ‘1492’ ed Hanging tree’ in cui le chitarre elettriche la fanno da padrone ed i Crows suonano forte come forse non avevano mai fatto prima; si procede con la più tranquilla ballata ‘Los Angeles’ (scritta dal leader Adam Duritz con l’amico Ryan Adams) per rialzare poi il tono con ‘Sundays’ (dove la batteria è suonata sia dal batterista attuale Jim Bogios che dall’ex batterista dei Crows Ben Mize ed il basso porta la firma di un altro ex Crows, ossia Matt Malley) ed ‘Insignificant’ per chiudere la prima parte con la bella e corale ‘Cowboys’, dove il piano di Charlie Gillingham dà un tono superiore alla canzone.La seconda parte del disco si apre con le riflessive ‘Washington square’ e ‘On almost any Sunday morning’: in entrambe le canzoni è l’armonica di un Gillingham in gran forma a far risaltare i brani e l’interpretazione di Duritz.Si va avanti, sempre con toni più pacati e riflessivi, con ‘When i dream of Michelangelo’ (dove spiccano la chitarra acustica ed il mandolino del polistrumentista David Immergluck, già al lavoro con John Hiatt nello splendido ‘Crossing Muddy Waters’ del 2000) e ‘Anyone but you’.Si va poi verso la fine e non ci resta che segnalare ‘Le ballet d’or’ (ma solo perché vi suona il produttore Brian Deck) e le finali ‘On a Tuesday in Amsterdam long ago’ (con il piano assoluto protagonista) e il rock corale di ‘Come around’.In finale un bell’album che riporta in auge i Counting Crows ma che purtroppo manca di qualche guizzo in più per far gridare ad un ottimo album.

(Paolo Miserere)

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